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Mi piacerebbe iniziare questa breve nota introduttiva con la solita precauzione che dice più o meno “ogni riferimento a fatti, cose o persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale”, ma il guaio è che sarebbe una menzogna bella e buona. Al contrario posso affermare con una buona dose di sicurezza che ogni riferimento a fatti, cose o persone esistenti o esistite (e in questo caso pure a oggetti, luoghi, discorsi e pettinature) nasce da elementi assolutamente reali.
Ogni singola riga di questo racconto è densa di vita, vita vera, la mia vita, che più di ogni altra cosa è stata per me fonte di ispirazione.
Badate bene, però, lettori disattenti, non pensiate di trovarvi di fronte a un’autobiografia, e nemmeno a una rielaborazione metaforica o simbolica di fatti realmente accaduti. Di vero, in queste righe, non c’è proprio niente. Non un nome, non un luogo, non una persona.
Come possono collimare le due cose appena affermate, vi starete chiedendo? Ebbene, chi di voi abbia avuto la fortuna di ricordarsi, anche solo una volta nella vita, al mattino, un sogno nato e morto nella notte appena trascorsa, e chi di voi abbia avuto la pazienza di fermarsi un attimo a riflettere sopra di esso potrà capire di cosa sto parlando: ogni personaggio, ogni avvenimento, ogni discorso che troverete in queste pagine è, come in un sogno, una summa delle esperienze più diverse che ho vissuto, delle mie paure, dei miei desideri, dei miei ricordi, della tristezza che mi ha talvolta accompagnato nel corso degli anni, delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare in quasi tre decenni di esistenza, delle donne, soprattutto, che questa vita, nel bene e nel male, me l’hanno così radicalmente modificata.
Chi di voi avrà la voglia e la bontà di arrivare fino al termine dell’ultimo capitolo potrà pensare – trascurando qualsiasi discorso qualitativo – di aver letto il racconto più triste che abbia mai visto la luce (esclusi ovviamente quelli che parlano di olocausto o di malattie incurabili). Ebbene, lasciatevi dire anticipatamente che non è così: scrivere queste poche pagine mi ha fatto capire quanto a volte la sofferenza sia utile e necessaria (per affrontare a viso aperto i propri tormenti, il passato ormai irrimediabilmente compromesso, il timore di ciò che quotidianamente ci attende dietro l’angolo), ma soprattutto quanto a volte questo stesso apparentemente incolmabile dolore sia solo un facile schermo di sottilissimo cristallo dietro al quale ci nascondiamo: frantumarlo, per poi ricominciare a vivere, magari con le mani ancora tagliate e colanti sangue, è più facile di quanto a volte non si creda, ed è ciò che può renderci uomini.

Un’ultima breve nota: ho deciso di mettere “in copertina” un fotogramma tratto dal magnifico e lunghissimo film Nel corso del tempo di Wim Wenders per due ragioni tra loro complementari. Innanzitutto perchè la mia storia è – come avrete modo di notare leggendo – in qualche modo simile a quella del film. Poi perchè i personaggi della foto – così trasandati, emarginati, diversi e a loro modo belli – non possono che ricordarmi i due protagonisti di Tutto ciò che è stato. E dunque me stesso.

    a.g.
    Il mare nel cassetto
    le mille bolle blu
    da quando sei andata via
    non esisto più…

uno

- Pensavo, – disse. – Pensavo che è questo il momento. E credo che non ce ne saranno più.
- Il momento per cosa?
- Il momento e basta. Alcuni dicono che ci sia un momento nella vita, uno solo, che non si ripete più, e che per alcuni può non arrivare mai, in cui una persona è talmente felice da sperare che tutto si fermi per l’eternità, senza mai mutare. È questo il momento, per me. Lo riconosco, e non ho dubbi. È il momento in cui tutto si dovrebbe fermare.
Lei sorrise, stringendogli leggermente il braccio senza dire niente, lo sguardo rivolto verso il basso, ai piedi nudi e attorcigliati di entrambi che spuntavano dalle lenzuola bianche e sdrucite.
- Ho iniziato a scrivere il libro, e per una volta non ho la tentazione di buttare dalla finestra la macchina da scrivere e tutti i fogli. Siamo ancora giovani. Abitiamo da soli in una magnifica stanza di dieci metri quadrati con le pareti scrostate. Abbiamo una balena di legno che incredibilmente arreda più di un mobile antico. Abbiamo un frigorifero, che talvolta contiene anche qualcosa da mangiare. Abbiamo tante cartelline colorate, tanti fogli scritti e tante pagine ancora bianche. Qualche libro, qualche disco. Un giorno, forse, potremo comprarci una televisione. Piccola, però. Ci sei tu. Ci sono io. Il tempo dovrebbe fermarsi in questo momento.
- Non pensavo che le pareti scrostate ti piacessero tanto.
- Be’, in effetti quello si può migliorare.
- Dovrei regalarti qualcosa da appendere al muro, per il tuo compleanno. Almeno per coprire qualche macchia.
- Va bene, ma a parte quello tutto dovrebbe restare così com’è.
- E non pensi che sarai ancora più felice quando avrai finito il tuo romanzo?
- Non lo so. Forse. Forse no.
- E quando il frigorifero conterrà tutti i giorni del cibo?
- Mi piace così.
- E quando avremo dei mobili, tanti dischi, tanti libri, una balena di cristallo?
- No, no, no, – rispose, fissando la finestra con le persiane chiuse. – Il tempo dovrebbe fermarsi ora.

due

Era mattino, presto. Il sole gettava i suoi raggi all’altezza degli occhi, tanto che per guardare avanti bisognava socchiuderli o mettervi una mano davanti. L’aria era fresca, ma già era avidente che quel giorno sarebbe stato piuttosto afoso. I finestrini erano abbassati da entrambe le parti. Dalla radio proveniva un suono strano, incompleto, interrotto: una cassa era fuori uso, già dall’inizio del viaggio. Ma l’assolo di contrabbasso che proveniva dalla cassa destra era sempre meglio che niente, sempre meglio che viaggiare senza musica. Nick e Bart se ne stavano zitti, assorti, senza quasi accorgersi l’uno dell’altro. I silenzi che si facevano spazio tra un pezzo e l’altro non erano imbarazzati o reticenti, bensì necessari. Nick e Bart avevano bisogno di pensare quasi costantemente a cosa li aveva portati lì, lontani da casa, lontani dalle loro vite. Avevano bisogno di riflettere senza sosta a cosa li aveva spinti a viaggiare insieme.
- Ehi Nick, fermati, devo pisciare.
Bart scese dalla macchina, guardandosi intorno alla ricerca di un posto adatto. Si passò una mano sulla fronte, forse per asciugarsi, forse per abitudine. Era come se con quel gesto, simile a quello compiuto da chi si è appena accorto di aver dimenticato o perduto qualcosa di importante, ma molto più lento e macchinoso, volesse chiedersi: «Ma com’è stato possibile?»
Rientrato in macchina, guardò per un istante Nick negli occhi. Nick ricambiò lo sguardo di sfuggita, poi controllò la strada – destra, sinistra, tutto a posto – e ripartì. Era sempre Nick a guidare, mentre Bart passava gran parte della giornata a cercare il modo più comodo per appoggiare i piedi sul cruscotto.
- Quanto mancherà? – gli chiese, cambiando posizione.
- Non lo so. Un’ora. Forse meno. Se vuoi dormire fai pure, ti sveglio io quando siamo arrivati. Dormi pure. Continuo a guidare io, – sottolineò con una certa dolcezza, come a non volergli rimproverare la sua incapacità nella guida. Eppure una volta Bart aveva provato a prendere il volante, ma dopo pochi minuti gli si era annebbiata la vista, ebbe paura e dovette accostare. – Scusa, cazzo, non so che mi succede. Continua tu, ti prego, – aveva detto.
Da quel momento la questione non era mai più stata aperta. A guidare sarebbe sempre stato Nick. Ma d’altronde quando si trattava di andare a parlare con perfetti sconosciuti per avanzare pretese assurde e apparentemente inspiegabili, cosa che avveniva con una certa frequenza durante le tappe di quel viaggio, a farsi avanti era sempre Bart. Nick aveva paura della gente. Era già uno sforzo notevole, per lui, dover entrare in casa di estranei, andare nelle loro soffitte o nelle loro cantine, sostenere i loro sguardi ostili o stupiti, e mettersi a rovistare in scatoloni sigillati con il nastro adesivo o cassetti impolverati finché non otteneva ciò che gli serviva. La qual cosa, negli ultimi tempi, era accaduta piuttosto raramente.
Nick e Bart erano in viaggio insieme da quasi un mese. Per il momento avevano visitato una mezza dozzina di abitazioni, tre parrocchie e qualche magazzino di ufficio postale.

- Ehi, svegliati, siamo arrivati! – disse Nick dopo aver accostato l’automobile. Aspettava sempre l’ultimo momento per svegliare Bart. Gli spiaceva distrarlo da quelli che sembravano i suoi unici momenti di pace. E poi così facendo poteva studiare la situazione, osservare bene la casa, respirare a fondo e preparare il discorso, in realtà quasi sempre uguale, con il quale Bart sarebbe dovuto presentarsi agli inquilini.
Iniziava schiarendosi la gola e assumendo un’aria grave e professorale, che in realtà gli conferiva un aspetto alquanto ridicolo, e lo faceva piuttosto sembrare un ragazzino in procinto di fare uno scherzetto. Poi si presentava:
- Buongiorno, lei non mi conosce, mi chiamo Bart, lui è il mio amico Nick. Spero di non disturbare, stiamo facendo una ricerca, avrebbe qualche minuto?
Poi, per rendersi simpatico a chi aveva di fronte e per non lasciare spazio a dubbi, aggiungeva, sorridendo con aria di complicità, come se stesse dicendo «Anch’io non sopporto quella gente»:
- No, non si preoccupi: non vogliamo venderle niente. – E iniziava la lunga spiegazione.
Una volta usciti dalla casa, i due si separavano. Bart sapeva che doveva allontanarsi, e generalmente andava a prendersi qualcosa da bere al bar più vicino, ammesso che ce ne fosse uno, mentre Nick estraeva dalla borsa a tracolla i suoi quadernetti verdi, la sua penna stilografica da scuola elementare e cominciava a buttare giù appunti e a fare calcoli. Generalmente dopo circa mezz’ora Nick raggiungeva Bart al tavolino, ordinava un bicchiere d’acqua del rubinetto, chiedendosi se gliel’avrebbero fatta pagare, e osservava soddisfatto tutto ciò che lo circondava. Finché non lo raggiungeva, sempre inattesa, una semplice domanda.
- Allora?
- Allora cosa?
- Come “allora cosa”? Allora com’è andata? Hai trovato qualcosa?
- Infatti.
- Bene. A che punto siamo? Sai, comincio a non avere più molto tempo…
- Ci siamo quasi. Abbi pazienza. E poi non sei… non siamo in ritardo.
- Già, questo lo dici tu.
- Ci siamo quasi.
Poi calava ancora il silenzio. Bart ricominciava a pensare. Tutto gli tornava alla mente. Gli occhi si stringevano, lo sguardo crollava verso il pavimento e il palmo della mano destra si incollava alla fronte – forse per asciugarne il sudore, forse distrarre la bocca ed impedirle di chiedere ad alta voce «Ma com’è stato possibile?» – mentre le dita dell’altra mano tamburellavano nervosamente la prima superficie (un tavolo, il cofano della macchina, un quaderno) che trovava a disposizione. Quando pensava a tutto ciò che gli era successo in quell’ultimo anno, il mondo e i suoi piccoli abitanti svanivano nel nulla.
- Signori, desiderate qualcos’altro?
- Per me no, grazie. Bart, tu vuoi qualcos’altro? Bart! Ci sei? Bart!
- Ah! No, scusa, non sentivo. No, no, non voglio niente.
Per un attimo la sua espressione si faceva più serena, come se rispondere a una cameriera per affrontare il problema dell’ordinazione fosse un buon metodo per scordarsi di tutto e ricominciare. O quantomeno un inizio. Ma dopo pochi istanti tutto tornava come prima.
- Ripartiamo? – chiedeva a quel punto, alzandosi dalla sedia ancor prima di aver ottenuto una risposta.

tre

Bart diceva di essere uno scrittore. Aveva conosciuto Nick solo qualche settimana prima. Era mattino presto, e se ne stava sdraiato sul letto, sveglio ormai da molte ore, a contemplare il soffitto, e a notare quanto la linea dell’ombra formata dalle sue persiane alzate a metà si spostasse con il levarsi del sole.
Da quando era rimasto solo quella era la sua principale, se non l’unica, attività mattutina. Per ore doveva trovare il coraggio di alzarsi dal letto, di percepire per intero il suo corpo, di guardarsi riflesso non negli specchi, oggetti che evitava con cura, ma anche solo nei vetri, nelle posate o nelle pentole. Il suo essere, quello che un tempo era il suo corpo unito alla sua anima, lo spaventava più di ogni altra cosa al mondo. Persino la sua ombra gli dava una sensazione sgradevole. Quella mattina, come tutte le mattine di quella primavera a quell’ora, l’ombra della persiana aveva raggiunto la perfetta metà del soffitto, quando squillò il campanello. Dapprima Bart non si volle alzare, convinto che, chiunque fosse, presto o tardi se ne sarebbe andato. Trattenne persino il fiato, per non fare rumore con il respiro e convincere chi stava alla porta che la stanza fosse inequivocabilmente vuota. Ma il campanello continuò a suonare. Al terzo tentativo, Bart si alzò.
- Sì, che c’è? – chiese con tono volutamente sgradevole per scoraggiare lo scocciatore.
- Buon… buon giorno signore, scusi se la disturbo, lei non mi conosce, ma potrei parlarle cinque minuti? Se la disturbo posso passare un’altra volta. È una cosa importante.
Si trattava di un uomo. Un ragazzo, pressochè dell’età di Bart. Portava occhiali dalla montatura pesante – nera, o forse verde scura – e dalle lenti così spesse che quasi impedivano di intuire il colore dei piccoli occhi che timidamente vi stavano dietro.
- Di che si tratta?
- Può… potrebbe gentilmente aprire la porta? È un discorso un po’ lungo da fare, e non riesco a parlare così.
Bart spalancò bruscamente la porta, pensando a quanto sarebbe stato divertente, in fondo, far credere a quello che ormai era con ogni probabilità un venditore ambulante che era interessato ad acquistare il suo prodotto, per poi scaricarlo brutalmente senza aver comprato nulla.
- Buongiorno.
- Buongiorno. Allora, di che si tratta?
- Dunque, è una storia un po’ lunga. Lei conosce la persona che abitava qui prima di lei?
- No, non credo.
Bart cominciò a temere che non si trattasse del solito venditore di enciclopedie. Si guardò intorno preoccupato passandosi sulla fronte il palmo della mano, senza riuscire in alcun modo a concentrarsi sulle parole del visitatore. «Com’è stato possibile?», si chiese. Da quando si era svegliato, non aveva ancora pensato alla sua vita. L’ombra delle persiane prima e l’arrivo dello sconosciuto poi l’avevano aiutato a non ricordare. Ma, ora, ciò che la persona alla sua porta stava dicendo non riusciva a catturare la sua attenzione, e tutto cominciò a riaffiorare in superficie. Bart avvertiva tutte le mattine questa sensazione come un colpo sul petto che gli causava un dolore prolungato. Aveva anche provato a scrivere qualcosa che riguardasse la sensazione di pacifico straniamento che coglie le persone al risveglio dopo un lungo sonno, e sui metodi utili per prolungarla il più possibile, ma gli erano bastate poche righe per rendersi conto della difficoltà di una simile tentazione narrativa. Erano mesi che riusciva a malapena a scrivere la lista della spesa. Operazione che comunque lo lasciava spesso insoddisfatto.
- Ha capito, signore? – domandò l’altro. – Signore, mi sente? Allora mi permette di controllare?
- Scusi, non ho capito, può ripetere?
- Senta, se preferisce passo un altro giorno, vedo che forse l’ho svegliata, e non vorrei.
- No, va bene adesso, cosa vuole?
- Dunque, le stavo dicendo che fino a qualche anno fa una vecchia amica di mia nonna abitava in questa stanza. Mia nonna morì qualche anno prima di lei e le lasciò alcuni scatoloni pieni di roba di poco valore, ricordi di gioventù, cartoline, lettere, cose di questo genere. Solo che tra quella roba mia nonna mise per sbaglio, o almeno credo, alcune oggetti che appartenevano a me, cose di quand’ero piccolo, diari di scuola, quaderni, piccoli ricordi. Erano cianfrusaglie che avevo lasciato a mia nonna perché per lei rivestivano un certo valore affettivo, sa, sono… ero il suo unico nipote. Ora però devo assolutamente recuperare tutta quella roba, che per me è diventata estremamente importante.
- E io cosa c’entro? – chiese Bart, sforzandosi di non perdere il filo del discorso, già di per sé piuttosto intricato.
- Be’, questa persona non era sposata e non aveva figli, quindi credo che, se lei non ha già buttato quegli scatoloni, siano ancora nella sua soffitta.
- Ma quale soffitta? Io non ho una soffitta.
- Ma certo che ce l’ha. Ogni inquilino di questo palazzo ha diritto a una soffitta. Me l’ha detto anche il portiere.
- Sì, forse, ora che ci penso, quando sono venuto ad abitare qui mi hanno dato un’altra chiave. Solo che non avendo niente da metterci non me ne sono mai interessato. Entri.
Fino a quel momento lo sconosciuto era rimasto sulla soglia d’ingresso. Una volta entrato nella stanza poté constatare quanto le parole di Bart fossero veritiere: tutto ciò che i dieci metri quadrati della stanza contenevano era un materasso, un piccolo frigorifero bianco e squadrato e una macchina da scrivere appoggiata per terra, accanto alla quale giaceva una risma di fogli ingialliti. Sul davanzale dell’unica finestra della stanza erano appoggiati due piccoli oggetti: uno sembrava una balena di legno fatta a mano, l’altro un orsetto di plastica con gli occhiali intento a leggere un libricino rosso. Sopra il frigorifero se ne stava un pezzo di legno intagliato, forse di quelli che si usano per bruciare i bastoncini di incenso. Alle pareti, tinteggiate di bianco ma costellate di grigie macchie d’umido e buchi di chiodi, era appeso un unico poster, una locandina di un vecchio film: un uomo era intento ad osservare alcune pistole riposte in una valigia appoggiata su un letto. Un altro uomo sembrava stesse spiegandogli le caratteristiche delle pistole, forse per vendergliele.
- Ecco la chiave, – disse Bart, pulendone la polvere sul fianco destro dei suoi pantaloni. Era lo stesso paio di pantaloni che usava per dormire, per uscire e per mangiare, e che un tempo indossava anche per scrivere.
Si diressero insieme verso la soffitta.
- Mi chiamo Nick.
- Cos’è, un soprannome?
- Sì.
- E io mi chiamo Bart. Anche il mio è un soprannome. Andiamo.

quattro

- E tu?
- Io no. No, assolutamente. O forse semplicemente non ci ho mai pensato. Non lo so.
- Incredibile.
- Nemmeno tanto.
Passò un cane.
- Incredibile.
- Non ho poi così paura. E non mi sembra che si stia poi così male. Dev’essere come una specie di prigione. Un po’ di tristezza, qualche parete scrostata ma vitto e alloggio garantiti per sempre. È come un’assicurazione sulla vita.
Nick si rimise gli occhiali e riaprì il quadernetto verde che teneva appoggiato sulle gambe. Riprese a fare calcoli e ragionamenti a bassa voce.
- Domani dovremmo raggiungere l’obiettivo numero trentaquattro. Che poi è il sesto da quando sei arrivato tu. Una piccola parrocchia di provincia. Non dovrebbe essere difficile ottenere qualcosa. Generalmente in questi casi basta pagare. Certo che anche i soldi cominciano a essere pochini.
- E quindi secondo te morire sarebbe un’assicurazione sulla vita?
Lo scoppio di un motore risuonò il lontananza. Forse si trattava di una vecchia moto, di quelle che sembrano sempre rotte o in procinto di esplodere.
- Ho detto una specie di assicurazione sulla vita. E poi era una metafora. Dovresti sapere di cosa si tratta.
- So benissimo di cosa si tratta, – rispose Bart. – Ma non capisco come tu faccia a dire una cosa del genere.
- Intendo dire, hai mai visto un morto morire di fame? O di freddo? Io no. Semplicemente quando sei morto hai tutto ciò di cui ti serve, cioè nulla, completamente gratis. E in più non hai paura di morire.
- D’accordo. E a te tutto ciò non spaventa. Sei tranquillo all’idea che prima o poi te ne andrai anche tu.
Nick capì che non era la serata giusta. Mise un segno nel suo quadernetto verde, alla pagina che avrebbe dovuto finire di leggere il mattino dopo, e lo ripose con cura nella borsa a tracolla marrone da cui non si separava mai se non per dormire. Il cane cominciò a latrare non lontano dall’automobile. Istintivamente Nick tirò su il finestrino. Ora c’era il silenzio. A quell’ora di notte la strada secondaria dove avevano deciso di fermarsi a dormire era deserta e quasi perfettamente buia.
- Ho detto anche che non dev’essere il massimo dell’allegria.
- Ma a parte questo sei sereno, – insistette Bart.
- Abbastanza.
Guardò fuori, verso la strada. Chiuse la bocca ad “o” ed espirò lentamente, formando sul vetro del finestrino un futile e caldo alone di vapore.
- E poi so già tutto, per filo e per segno.
- Cosa credi di sapere?
- Tutto, te l’ho detto. Data, luogo e situazione.
- Della tua morte.
- Della mia morte.
- E si può sapere chi te l’ha detto?
- Nessuno. Lo so e basta.
Alcuni anni prima, sdraiato sul letto da molte ore – era il periodo in cui combatteva contro l’insonnia: si addormentava verso le tre del mattino per svegliarsi non più di quattro ore dopo, e la notte successiva e quella dopo ancora era la stessa cosa finchè, dopo due o tre notti trascorse quasi completamente in bianco, finalmente il sonno arrivava e poteva capitargli di addormentarsi ovunque, anche rimanendo in piedi con la testa appoggiata contro un muro -, Nick aveva saputo: la sua ora sarebbe giunta nel 2031, in nave, dopo un breve periodo di prigionia. Sul momento fu spaventato da questa notizia, che per settimane e settimane lo tormentò spuntando all’improvviso nei suoi pensieri quando all’apparenza nulla di ciò che stava facendo sembrava poter essere collegato all’aldilà o a date che allora sembravano da film di fantascienza, ma dopo qualche tempo imparò ad accettare questa singolare forma di conoscenza e i vantaggi – pochi, in verità – che ne sarebbero potuti derivare.
- E perché pensi che ti metteranno in prigione?
- Non lo penso. Lo so e basta. Il perché sinceramente lo ignoro. Si vedrà. Magari si tratterà di un errore giudiziario. Il che spiegherebbe anche la breve detenzione.
- E dunque nel 2031.
- Esatto.
- Inutile chiederti il perché di tale data.
- Infatti.
Una luce balenò all’improvviso nell’oscurità della via, per spegnersi pochi istanti dopo.
- Dici che ci hanno visto?
- Non lo so. E comunque non stiamo facendo nulla di male.
- Potrebbero pensare che stiamo facendo… insomma, hai capito. Oppure potrebbero accusarci di vagabondaggio.
- Siamo in macchina, mica su una panchina. Possiamo starci quanto vogliamo.
- Potrebbero pensare che stiamo facendo.
- Già potrebbero.
- Una strada buia, notte fonda.
- Forse è meglio spostarci.
- Forse. E comunque non sei il primo che mi dice una cosa del genere. Conoscevo un tale che pensava che sarebbe morto mangiando un panino al prosciutto.
- L’ho già sentita questa storia.
- Lui è più fortunato.
- Perché? Magari il panino è andato a male o è secco o chissà cos’altro. Non è detto che mangiare un panino al prosciutto sia sempre una fortuna.
- Non sto parlando di gusto. Sto dicendo che un panino si può mangiare tutti i giorni, senza la sensazione di essere in punto di morte. Mentre tu quando sarai in treno.
- In nave.
- Quando sarai in nave dopo essere stato in prigione saprai di essere lì lì per andartene e te la farai sotto dalla paura.
- Ma almeno sarò più preparato.
- Per quello che conta.
Nick mise in moto l’automobile.
- Tanto vale ripartire. Ormai mi è passata la voglia di riposare. E il viaggio è lungo. Se vuoi tu puoi dormire.
Per qualche chilometro furono soli sulla strada. Alle prime luci del mattino – l’aria era ancora fresca, ma già era evidente che sarebbe stata una giornata afosa – Bart si risvegliò e tirò giù il finestrino. Nick fece lo stesso.
- Per me invece era già un pensiero costante.
Nick ci mise qualche secondo a capire di cosa stesse parlando.
- Ho scritto anche qualche racconto su questo argomento.
- Non mi stupisce.
- Ma si trattava di roba ironica, sai.
- Ah sì? Per esempio?
- Per esempio ho scritto un racconto intitolato Lettera di un condannato a morte.
- Non mi sembra una cosa ironica.
- E invece lo è. Magari un giorno cerco di trascrivertelo su quel tuo maledetto quadernetto verde, così una volta tanto conterrà qualcosa di interessante.

cinque

La soffitta era quasi vuota. C’era un unico scaffale, di metallo arrugginito, che sembrava piuttosto instabile. Sul primo ripiano era appoggiata una dozzina di scatole di pelati. La data di scadenza indicava un ritardo nella consumazione di circa vent’anni.
- Be’, se non è questo che ti interessa, direi che possiamo anche buttarle – disse Bart.
- No, infatti non mi interessano.
Sul secondo ripiano c’erano due piccole scatole di cartone, di quelle che si usano per trasportare la roba durante i traslochi. Bart prese quella alla sua destra, che gli sembrava meno impolverata. C’erano alcuni libri, romanzi gialli per lo più, e un metodo per imparare a suonare la chitarra, sul quale, in prima pagina, era riportata una dedica: «AL MIO AMORE. IMPARA A SUONARE, COSÌ PORTEREMO I NOSTRI NUMERI IN GIRO PER L’EUROPA. NON LASCIAMOCI MAI». “Chissà di chi era, questo”, si chiese Bart passandosi la mano sulla fronte. Nick prese l’altra scatola, dalla quale estrasse due sacchetti. Sul primo c’era scritto, con una calligrafia da bambino, «ESERCITO DI SUA MAESTÀ». Conteneva una dozzina di vecchi soldatini rosa, di plastica. Nel secondo sacchetto, che non aveva etichette, c’erano invece alcune macchinine in stile anni ’50, decisamente in pessimo stato: ad alcune mancava una ruota, ad altre il volante, ad altre ancora i sedili o una porta.
- Ecco, questa è roba mia, di quand’ero piccolo, – disse Nick.
- Sì, d’accordo, prendi tutto. Non mi sembra roba preziosa, – rispose Bart.
- No, non è roba preziosa, almeno non per te. Ma non è questo che mi interessa.
Nick si mise in punta di piedi, per raggiungere il terzo scaffale. Non riuscendo ad arrivare alla custodia di metallo che si poteva scorgere da sotto, mise le due scatole che contenevano i soldatini e le macchinine una sopra l’altra e ci salì sopra, deformandole con il suo peso.
- Ehi, ma che fai! – disse Bart, afferrando un lembo dei pantaloni di Nick e cominciando a tirarlo verso il basso. – Ma non è roba tua, di quand’eri piccolo?
- Sì, ma come ti ho detto non è roba che mi serve.
Bart, vedendo le braccia dolorosamente piegate dei soldatini e le ruote che schizzavano via dalle macchinine, si commosse senza dire niente. Nick aveva già afferrato la scatoletta di metallo. La aprì e ne frugò il contenuto.
- Bene, bene! Ecco quello che cercavo!
Si girò verso Bart con aria stanca e raggiante, stringendo sul petto, ora tutto impolverato, ciò che aveva estratto dallo scatolone.
- Scusa per il disturbo, adesso devo proprio andare.
- Ehi, un momento! – disse Bart. – Cosa vuol dire che devi proprio andare? Piombi in casa mia di mattino presto, ti metti a frugare in una soffitta che neanche sapevo di avere, e pretendi di andartene senza nemmeno darmi una spiegazione?
- Non devo darti nessuna spiegazione. Ti ho ringraziato e… ah, ho capito.
Nick fece per tirare fuori il portafogli, ma Bart lo interruppe.
- Non voglio che mi paghi! Ti ho solo chiesto cos’hai trovato, ma se non me lo vuoi dire non importa, vaffanculo. Non ho bisogno dei tuoi soldi.
Uscì dalla soffitta, a passi rapidi. Nick lo inseguì.
- Aspetta! Aspetta!
Bart non si fermò, ma sentì alle sue spalle un rumore metallico. Si girò. Per terra vide Nick, la cui gamba sinistra dei pantaloni si era strappata all’altezza del ginocchio, intento a raccogliere con cura una serie di quaderni e fogli sparsi, sulla quale era visibile la scrittura di un bambino. Nick, in ginocchio, guardò Bart dal basso in alto.
- Ti va di bere qualcosa?

sei

Era sera. Avevano viaggiato tutto il giorno, fermandosi una sola volta per mangiare. I pochi soldi che avevano erano bastati per una fetta di torta di mele ed un gelato. Il resto era stato investito in carburante.
- E adesso che facciamo? – chiese Bart.
Talvolta riuscivano a farsi ospitare in una delle case in cui si presentavano, accontentandosi di dormire su una poltrona, su un tavolo o anche per terra, ma era una cosa che accadeva piuttosto raramente. Per i viaggiatori senza denaro non c’è niente di peggio delle notizie di cronaca nera: maggiore è il numero di assassini o serial killer a piede libero per il paese, minore è la possibilità che la gente ospiti in casa uno sconosciuto. Questo Bart e Nick lo sapevano bene, e si erano ormai rassegnati a trascorrere in auto la maggior parte delle loro notti. Il che comportava una serie di ovvi svantaggi: niente intimità, levatacce obbligatorie per il caldo e per la luce, ci si svegliava se uno dei due doveva alzarsi per pisciare o russava troppo forte, e talvolta si veniva pure sorpresi da zelanti poliziotti in cerca di vagabondi con cui riempire le prigioni. In galera Bart e Nick ci erano già finiti un paio di volte durante quel viaggio, e la cosa non era neanche tanto male: un letto e un pasto erano garantiti. Gli aspetti negativi erano la perdita di tempo e, spesso, la compagnia.
Quella sera, prima di coricarsi in qualche modo sui sedili dell’automobile, Bart e Nick decisero di andare a bere qualcosa nell’unico locale del paese in cui si trovavano. Una volta entrati, ordinarono e si sedettero in silenzio intorno a un piccolo tavolo delle dimensioni adatte a una coppietta. Vicino a loro, ad un tavolo della stessa misura, c’erano effettivamente un ragazzo e una ragazza. Lui sembrava intimidito, mentre lei stava scrivendo qualcosa sul retro di una tovaglietta. Ogni tanto lui le diceva di aggiungere qualcosa, poi scoppiavano a ridere e cominciavano a baciarsi lungamente. Ad un altro tavolo c’era un gruppo di amici, che dovevano aver bevuto parecchio. Ogni tanto uno se ne usciva con un nome buffo, e tutti si mettevano a protestare ridendo. Al terzo ed ultimo tavolo della sala, un’altra coppia sembrava non essere affatto felice. Si tenevano per la mano, scrutando tristemente il tè bollente che avevano nelle tazze per non doversi guardare negli occhi. Lei piangeva, ma sembrava non avere dubbi.
Al tavolo di Bart e Nick arrivarono le birre.
- Fanno undici, – disse la cameriera, guardando altrove.
- Ah. Ehm, le spiace se veniamo a pagare dopo alla cassa? – chiese Bart con il suo sorriso più sincero. – Sa, è che dobbiamo ancora decidere chi offre. Oggi è il mio compleanno, e ci terrei a pagare io, ma il mio amico non cede…
- Fate un po’ come vi pare, basta che paghiate…
Guardarono la cameriera allontanarsi, sorridendole anche se era girata e non poteva vederli. Alcuni uomini al bancone schiamazzavano una canzone, un successo di qualche anno prima, bofonchiando qualcosa tra una strofa e l’altra. Cercavano di ricordarsi le parole, ma spesso dovevano inventare, sostituendo il testo originale con doppi sensi osceni. Al che scoppiavano in risate rumorose, festeggiando con larghe sorsate di birra, nera, il cui livello pareva non calare mai.
- Ehi, com’è che faceva, già? It’s a rainy day, sunshine girl, it’s a rainy day… – disse uno di loro.
- Sì, esatto. Quello sì che era un pezzo! – gli fece eco un altro.
Bart e Nick si guardarono. Non avevano ancora toccato i loro bicchieri.
- Di che pezzo stanno parlando? – chiese Nick.
- Non lo so, e non mi interessa. Piuttosto vorrei sapere come faremo a pagare.
- Pagare cosa?
- Il conto! Come faremo a pagarlo?
- Ma non volevi offrire tu? Hai detto che è il tuo compleanno, no? Se vuoi offrire offri pure, non mi offendo. Come regalo se vuoi ti farò dormire nel sedile posteriore, stanotte. Lì si sta più comodi.
- Ma quale compleanno, era una scusa per prendere tempo! Non hai sentito? Il conto è di undici, e a noi ne sono rimasti dieci.
- Oh. E come facciamo?
- Vorrei tanto saperlo anch’io. E non continuare a bere! Magari riusciamo a restituirle, le birre.
Uno degli uomini al bancone si era avvicinato al loro tavolo. Aveva la barba lunga, bionda tendente al bianco, e una giacca di velluto a coste larghe, marrone scuro.
- Ehi, ragazzi, It’s a rainy day, sunshine baby… Com’è già che faceva?
- Senta, non so di cosa stia parlando. Per favore, ci lasci in pace, – disse Bart. Già da qualche minuto stava osservando alternativamente la coppia felice e quella triste, passandosi la mano destra sulla fronte, indeciso su quale tavolo concentrarsi.
- Ehi, ragazzi! – disse l’uomo, rivolto agli amici del bancone. – Nemmeno lui se la ricorda! Come la mettiamo?
Tutti scoppiarono a ridere per l’ennesima volta. Bart cominciò a preoccuparsi. Non potevano andarsene senza pagare, il locale era troppo piccolo per uscire senza essere visti, ma stare lì dentro a stretto contatto con una comitiva di vecchi beoni che li aveva presi di mira non era certo un grande spasso. Gli uomini al bancone ricominciarono a cantare la solita canzone, stavolta ricordandosi qualche verso in più, mentre quello che si era avvicinato al tavolo aveva deciso di concentrasi su Bart.
- Dai, canta anche tu! Canta!
Bart non aveva la minima intenzione di accontentarlo, e cominciò a sentirsi in trappola. Nick continuava a sorseggiare la sua birra, senza badare troppo al conto e agli ubriaconi.
- Dai, canta! A noi piace un sacco… come si chiama questa canzone?
- Non lo so, mi spiace, – rispose Bart.
Tutti scoppiarono ancora a ridere.
- Ah-ha-ha! Non lo sa! Fa il modesto! Questo tipo è forte, vero ragazzi? – disse uno degli uomini al bancone.
- Sì, già! – risposero in coro gli altri.
- Ehi barista! Barista! – riprese quello. – Offriamo una birra al nostro ospite famoso e al suo amico! Ragazzi, quando ci capita un’altra occasione così! Birra!
Bart si sollevò improvvisamente. Il suo intimorito riflettere l’aveva spinto poco a poco sempre più giù, tanto che era quasi arrivato a sfiorare col naso il suo boccale.
- Ehi, Nick, andiamocene, presto! – disse alzandosi. – Prima che se ne accorgano.
Uscendo dal bar, Bart si accorse che la coppia felice se n’era già andata. Anche la tovaglietta era sparita, mentre i bicchieri erano ancora quasi del tutto pieni.
- Pensi che dovremmo lasciare comunque qualcosa? – chiese a Nick.
- Non so. Forse. Abbiamo ancora molta roba?
- Qualcosa sì.
- Va bene, allora. Viaggeremo più leggeri.
Si diressero verso il baule dell’automobile, che si trovava nella parte anteriore della vettura e si apriva solo quando pareva a lui. Cosa che comunque non faceva mai molto volentieri, tanto che ogni volta si vendicava con cigolii e stridori da far accaponare la pelle.
- Specchio? Questo se si rompe porta male, – disse Bart.
- Ma la cornice è più ingombrante.
- Ma vale di più.
- Sicuramente più di due birre.
Si fermarono un istante a riflettere: scegliere non era facile.
- Enciclopedia culinaria, volumi I, II e VII?
- Non l’apprezzerebbero.
- Allora specchio.
- E specchio sia.
Estrassero dal baule l’imponente oggetto, lo trasportarono in spalla e lo appoggiarono infine sul muro esterno del locale, facendo attenzione a non rovinarne la parte esterna in legno decorato e un po’ barocco, dipinto in modo che sembrasse d’oro.
- Oddio, quant’è pesante, – disse Nick, quasi senza fiato.
- Capiranno che è per loro?
- Non lo so, non mi interessa. Il gesto è quello che conta, no?
Guardarono ancora una volta da lontano l’ingombrante regalo.
- Forse un rigattiere ci avrebbe dato qualche centesimo, – disse ancora Nick asciugandosi il sudore dalla fronte con la manica della maglietta.
- No, è troppo rovinato.
Tornarono in macchina e ripartirono con entrambi i finestrini abbassati.

sette

Si recarono al bar più vicino.
- Allora, cos’hai trovato nella mia soffitta? – chiese Bart.
- Due quaderni di scuola di quand’ero piccolo, alcune prove scritte di matematica, e una foto di classe.
Nick estrasse dalla sua borsa tutto il materiale, ricoprendo di polvere il tavolino del bar.
- E perché ci tenevi tanto a recuperare quella roba? Non ti offendere, ma sono cose assolutamente inutili. Per di più molti fogli sono sparsi, ingialliti, rovinati… Temo che tua nonna non abbia conservato questa roba con molta cura.
- Non importa, ciò che mi serviva l’ho trovato. Guarda tu stesso – disse Nick, spostando rumorosamente la sedia per avvicinarsi a Bart. – «15 APRILE 1989, TEST DI MATEMATICA», «22 NOVEMBRE 1992, DETTATO DI ORTOGRAFIA». Anche su questa foto qualcuno ha riportato la data: «4 SETTEMBRE 1990, FOTO DI CLASSE». E leggi qua: «12 MARZO 1988: COMPITI A CASA. DESCRIVI LA TUA FAMIGLIA IN TRENTA RIGHE». E c’è dell’altro: «VACANZE ESTIVE DEL 1991: TENERE UN DIARIO DELLE VACANZE, INDICANDO DOVE SEI STATO, CON CHI E COSA HAI FATTO». E io ho scritto… dunque… che sono stato al mare con i miei genitori per una settimana, poi sono stato qualche giorno in città, e infine in campagna con i miei nonni fino al ritorno a scuola.
- Continuo a non capire cosa tu te ne faccia di queste informazioni. Insomma, sono cose banali, tutti sono stati al mare con i propri genitori o i propri nonni, da bambini, – disse Bart.
- Sì, d’accordo, non dico di aver avuto un’infanzia particolarmente… Ehi, senti qua: «15 AGOSTO. GITA ALLE GROTTE, DOVE HO VISTO I GRAFFITI DEGLI UOMINI PRIMITIVI. MIO NONNO MI HA COMPRATO UN MODELLINO DI MAMMUT. POI SIAMO ANDATI A PRANZO…»
Ma Bart pensava, e pensava ad altro. Non poteva sopportare, di prima mattina, di ascoltare il resoconto di una banalissima vacanza avvenuta vent’anni prima, per di più scritta da un bambino di otto anni. Preferiva immaginare a che punto fosse arrivata l’ombra delle persiane nella sua stanza. Non riusciva nemmeno a smettere di pensare a tutti quei soldatini rosa schiacciati e moribondi sul pavimento della sua soffitta. Poi, come sempre gli accadeva quando aveva anche solo un attimo di tempo per riflettere, gli ritornava alla mente il suo recente passato, il volto di una ragazza, il suo ultimo romanzo, lasciato a metà.
- Sai che sono uno scrittore? – disse, interrompendo il resoconto del menù del 15 agosto alle grotte. – Ho scritto tre racconti, qualche saggio di cinema, un paio di soggetti, alcuni appunti sulla musica jazz e… e un romanzo.
- Ah, uno scrittore? – disse Nick. – Interessante. Di che parla il romanzo?
- E mi hanno anche pubblicato qualcosa! Una famosa rivista di cinema… cioè, famosa per gli appassionati di certo cinema, i nuovi registi orientali, l’underground, i film d’autore degli anni ’60… insomma, questa rivista ha pubblicato i miei… cioè, un mio saggio, un paio d’anni fa.
- Sì, ma il romanzo di che parla? Il cinema underground non è che mi interessi molto…
- Ma questa rivista non parla solo di cinema underground! L’ho detto così, per dire. In realtà ci sono anche le recensioni dei film nelle sale, articoli su registi famosi. Ho continuato a comprarla anche se non hanno pubblicato più nulla di mio. Ora ci sono anche le foto! Quando è uscito il mio articolo, perché non era proprio un saggio, era più che altro un articolo, due o tre pagine, le foto non c’erano ancora, ma adesso sì, eccome! Alcune anche a colori…
- Capisco…
- Ma vuoi sapere del romanzo? Be’, in realtà non l’ho ancora terminato…
- Come non l’hai terminato? Prima mi hai detto di aver scritto un romanzo! Intendevi dire che ne hai scritto uno e poi un secondo che non hai terminato?
- No, intendevo proprio dire che ho scritto un solo pezzo di romanzo. Non l’ho mai finito.
- E perché?
- Perché… perché… non so perché. Non importa, perché. Non l’ho finito e basta. Càpita, no? L’ispirazione, così come arriva, se ne può anche andare.
- E a parte quell’articolo cos’hai pubblicato?
- A parte quell’articolo… be’, non molto. Molta roba l’ho scritta e messa in un cassetto. Sai, noi scrittori siamo fatti così, siamo i peggiori critici di noi stessi. Però in realtà qualcos’altro ho pubblicato, sai? Sono stato in un giornale per un po’ di tempo. Tre o quattro settimane. Ho scritto una dozzina di articoli.
- Fantastico, scrittore e giornalista! Di cosa ti occupavi al giornale?
- Be’, sai, all’inizio si prende cosa ti danno. Mi occupavo di cronaca. Ho intervistato il gestore di un locale… sai quei locali, in cui si va per scambiarsi la fidanzata con quella di qualcun altro, ho intervistato il gestore, un tipo simpatico, perché all’epoca c’era stato uno scandalo in alcuni di questi locali. Prostituzione, droga, politica… Ma il locale dov’ero andato io era un posto serio, nessuno scandalo.
- Oh, capisco, – disse Nick, preoccupato della piega imbarazzante che stava prendendo la conversazione.
- Ma mica sono andato solo in quel genere di posto! Un’altra volta mi hanno mandato a intervistare i vecchietti all’uscita delle sale da ballo. Era da poco stato pubblicato uno studio che diceva che i vecchietti che ballano vivono più degli altri. Gente arzilla, che sa come divertirsi pure a settant’anni. È stato… interessante.
Nessuno dei due sapeva come continuare la discussione. Bart si guardò intorno, cercando un pretesto per affrontare un nuovo argomento. Poi si ricordò del motivo per cui i due si trovavano lì.
- Allora, mi dici cosa ti serve, tutta quella cartaccia? – chiese a Nick, prendendo in mano uno dei suoi quaderni. Le dita gli si fecero grigie per la polvere. Si pulì sul suo unico paio di pantaloni, aspettando una spiegazione che lo distraesse dai pensieri che, nel mentre, gli si erano già riaffacciati al pensiero.

otto

È il duecentosedicesimo giorno di viaggio.

Perdonami. Perdonami.
Respiro.
Perdonami.
Per il successo e i fallimenti. Per le case distrutte. Per i cassonetti incendiati. Perdonami per l’alcol, la droga, il gelo e la velocità. Per le risse, i tradimenti, le notti fuori casa. Per le urla, le liti, gli odi e i troppi amori. Per i viaggi, i ritorni, i sapori, gli odori. Per i furti, le fughe, gli insulti e le scommesse. Per i ritardi, i rimandi, i ricatti e le estorsioni. Per le corse, le cadute, la violenza e il perdono, per i libri bruciati, i cortei, l’ira, le manette, per i pugni, l’incostanza, le poesie, i vetri infranti e l’autodistruzione. Perdonami per gli scherzi, l’egoismo, l’altruismo e la distanza. Per non aver chiamato, per aver chiamato troppo. Per non esserci stato, per averti assillato. Per il sole guardato dritto negli occhi, per le poesie sull’estate. Per le promesse, le speranze, i baci e le sfuriate. Per le pellicole sprecate, le penne senza inchiostro, i quaderni strappati, i dischi rovinati. Per le mani sporche, i vestiti sgualciti, per aver pensato troppo e non aver mai saputo. Per la gioia, per la pelle scottata, i cibi crudi e le parole urlate. Per le borse sfondate, la delusione, i treni presi al volo. Per aver tentato, per aver osato, per aver giocato, distrutto, costruito e calcolato. Per averti trasportato, per averti pregato, per aver perso tutto e per aver ricominciato. Per aver goduto, per aver dato, per aver chiesto e aver creato. Per l’appoggio, i consigli, i sacrifici e la dolcezza. Per i roghi, la fame, il caldo e l’incoscienza. Per il denaro, per l’affetto, la grande povertà. Per il bisogno, la fede, il rischio e la miseria. Per la saggezza, l’imprudenza, l’ossessione, il pentimento. Per le tele, il sentimento. Per tutto il sapere della terra, per la bellezza dell’uomo, per aver seminato, raccolto, voluto e sudato. Perdonami per l’amarezza, per le fotografie, per le gite in campagna, per le serate al circo, per le scalate. Per queste e tutte le altre cose che non ho mai osato fare.

    (CONTINUA…)

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